Il dolore alla spalla che arriva senza una vera causa è uno dei motivi più comuni per cui le persone si rivolgono ad un fisioterapista. Si va a letto bene e ci si sveglia con un dolore che impedisce di sollevare il braccio, di allacciare un reggiseno, di infilare una manica o di mettersi la cintura in auto. Quando si fa una radiografia o un’ecografia, a volte la risposta è una parola che spaventa: calcificazioni.
Le calcificazioni della spalla sono più frequenti di quanto si pensi, colpiscono sia chi pratica sport sia chi passa la giornata seduto e nella maggior parte dei casi non sono la condanna che il referto lascia intuire. Sono però una condizione che va capita bene, perché da come la si interpreta dipende l’approccio. In questo articolo spiego che cosa sono, perché si formano, come si riconoscono e cosa si può fare, dalla fisioterapia all’osteopatia, fino alle onde d’urto.
Cosa sono le calcificazioni della spalla
Con il termine calcificazioni della spalla si indicano depositi di cristalli di calcio che si formano all’interno dei tendini della cuffia dei rotatori. La cuffia è l’insieme di quattro muscoli, sovraspinato, sottospinato, piccolo rotondo e sottoscapolare, che avvolgono la testa dell’omero e la mantengono centrata nella cavità della scapola mentre il braccio si muove. Il tendine più coinvolto è quello del sovraspinato, che passa nello spazio stretto sotto l’acromion, la parte alta della scapola.
Il nome medico più corretto è tendinopatia calcifica della cuffia dei rotatori. Il termine “calcificazione” fa pensare a qualcosa di duro e immutabile, come un sasso nel tendine. In realtà il deposito è un materiale vivo che cambia nel tempo: all’inizio può essere denso e compatto, poi diventare più gessoso, quasi pastoso, e infine venire riassorbito dall’organismo. Questo punto è fondamentale. Una calcificazione non è un oggetto statico che resta lì per sempre, è un processo biologico con una sua evoluzione.
Un secondo chiarimento utile riguarda l’alimentazione. Le calcificazioni della spalla non si formano perché si mangia troppo calcio o si bevono troppi latticini, né vanno confuse con l’osteoporosi o con l’artrosi. Il calcio che si deposita nel tendine non deriva da un eccesso nella dieta: nasce da un’alterazione che avviene nel tendine stesso. Per questo eliminare i latticini o prendere integratori “anticalcio” non cambia la situazione.
Quali sintomi provocano (e perché a volte non ne provocano)
Il quadro clinico delle calcificazioni è molto variabile ed è una delle ragioni per cui vengono scoperte in modi molto diversi.
In una parte delle persone la calcificazione è un reperto casuale. Si fa un esame per un altro motivo e salta fuori un deposito che non ha mai dato fastidio. Questo fatto, che molti ignorano, dice una cosa importante: la presenza di una calcificazione non coincide automaticamente con il dolore. Un referto con la parola “calcificazione” in una spalla che non fa male non è un motivo per allarmarsi.
In altre persone la calcificazione è associata a un dolore cronico, sordo, che peggiora con certi movimenti. Il fastidio compare tipicamente quando si solleva il braccio in avanti o di lato, quando si porta la mano dietro la schiena o quando si lavora con le mani sopra l’altezza delle spalle. Spesso c’è un dolore notturno, che aumenta quando ci si sdraia sul lato interessato e rende difficile trovare una posizione per dormire.
Poi c’è la forma acuta, la più dolorosa. Il fastidio arriva all’improvviso, a volte nel giro di poche ore ed è intenso al punto da impedire quasi ogni movimento. La spalla può diventare calda e dolente al tatto, il braccio resta fermo lungo il fianco, il sonno è pessimo. Chi la prova la descrive spesso come il dolore più forte avuto alla spalla. Questa fase ha una spiegazione precisa ed ha anche un significato: in molti casi corrisponde al momento in cui l’organismo comincia a riassorbire il deposito.
Perché si formano le calcificazioni
La domanda che i pazienti fanno più spesso è: perché a me? La risposta onesta è che la scienza non ha ancora una spiegazione completa. Le ricerche indicano che non si tratta semplicemente di un tendine “consumato” che si impregna di calcio. Sembra piuttosto che alcune cellule del tendine, in condizioni particolari, si trasformino e inizino a produrre depositi minerali in modo organizzato. Tra i fattori coinvolti si discute la ridotta ossigenazione di certe zone del tendine, la qualità del microcircolo, il carico meccanico e altri fattori individuali.
Ci sono associazioni riportate in letteratura con alcune condizioni, come disfunzioni della tiroide e diabete, e le calcificazioni risultano più frequenti nelle donne e in un’età compresa grosso modo tra i trenta e i sessant’anni. Sono però associazioni statistiche, non spiegazioni individuali, e non permettono di dire con certezza a una singola persona perché il suo tendine abbia reagito così.
Quello che invece si può osservare in clinica, ed è il punto da cui parte il mio lavoro, è il contesto in cui la spalla si trova. Un tendine non vive isolato. Sta dentro un sistema fatto di scapola, torace, colonna cervicale, costole e muscoli che dovrebbero distribuire il carico in modo equilibrato. Quando una parte di questo sistema perde mobilità, un’altra deve compensare. Se il collo e la parte alta del torace si muovono poco, la spalla si ritrova a lavorare di più, con tensioni che si accumulano nel tempo sullo stesso tendine, sempre nello stesso punto. Non posso affermare che questo “causi” la calcificazione, perché la letteratura non lo dimostra in modo diretto. Posso però dire che un tendine ripetutamente sovraccaricato in un sistema rigido ha più probabilità di soffrire, e che togliere quel sovraccarico è una parte fondamentale del lavoro. Questo è l’approccio tipico dell’osteopatia.
Le fasi della calcificazione: perché il dolore può cambiare all’improvviso
Capire che la calcificazione evolve aiuta a leggere meglio i sintomi. Gli studi descrivono un percorso in più momenti.
- Nella fase iniziale, detta precalcifica, il tendine si modifica ma il deposito non c’è ancora. In genere non si avverte nulla di specifico.
- Nella fase calcifica il deposito si forma e si consolida. Qui la persona può avere un dolore moderato e persistente, oppure nessun dolore. È una fase che può durare a lungo, anche anni.
- Nella fase di riassorbimento l’organismo riconosce il deposito e comincia ad eliminarlo. Arrivano cellule che lo “smontano” e intorno al tendine aumenta il richiamo di sangue e l’infiammazione locale. È in questa fase che compare spesso il dolore acuto, intenso e improvviso. Può sembrare paradossale, ma un dolore molto forte può essere il segno che il processo di guarigione sta procedendo.
- Nella fase postcalcifica il tendine si rimodella e ritorna progressivamente a una struttura normale. Il dolore si riduce, la mobilità torna.
Non tutte le persone attraversano queste fasi con la stessa tempistica, e non tutte hanno una fase acuta. Il punto da ricordare è che, in una quota importante dei casi, la calcificazione tende a ridursi o a scomparire nel tempo anche senza interventi invasivi. Questo non significa che bisogna restare fermi ad aspettare soffrendo, ma che l’obiettivo di un buon trattamento è accompagnare la spalla attraverso questo processo, controllando il dolore, mantenendo il movimento e togliendo i fattori che la sovraccaricano.
Chi colpiscono: sedentari e sportivi
Una convinzione diffusa è che le calcificazioni riguardino chi usa troppo la spalla, quindi lo sportivo o chi fa lavori manuali. È vero solo in parte. Le calcificazioni compaiono anche in persone sedentarie.
Chi lavora molte ore al computer, guida a lungo o tiene il telefono in mano per gran parte della giornata assume spesso una postura con testa avanzata, spalle chiuse e torace poco mobile. In questa posizione la scapola non scorre bene sul torace e lo spazio sotto l’acromion tende a ridursi. Il tendine del sovraspinato, che passa proprio lì, viene compresso e ha un’ossigenazione peggiore. Ecco un esempio in cui la sedentarietà non è protettiva: l’immobilità prolungata può essere un fattore di stress per il tendine quanto un uso eccessivo.
Per gli sportivi il discorso è diverso, ma complementare. Il tendine riceve carichi ripetuti, spesso con il braccio sopra la testa e se il resto della catena cinetica non collabora, la spalla lavora in condizioni sfavorevoli. Un atleta può avere un’ottima forza e allo stesso tempo una scarsa mobilità del torace o una scapola che non si muove bene. La forza non compensa la mancanza di coordinazione tra le strutture.
In entrambi i casi, il filo comune è l’equilibrio fra carico e capacità di recupero del tendine, in un sistema che deve poter distribuire bene gli stress.
Overshoulder: tennis, padel e i gesti sopra la testa
Per overshoulder si intendono tutti i movimenti in cui il braccio lavora al di sopra dell’altezza della spalla. Sono gesti tipici del tennis, del padel, della pallavolo, del nuoto, del lancio, dell’arrampicata e di molti sport di racchetta, ma anche di attività quotidiane come tinteggiare un soffitto, sistemare oggetti su uno scaffale alto o stendere i panni.
Nel tennis il servizio e lo smash sono i gesti più impegnativi per la cuffia dei rotatori: la spalla passa da una posizione di grande rotazione esterna a un’accelerazione molto rapida, con il tendine che deve sia generare forza sia controllare la testa dell’omero. Nel padel la dinamica è simile. La bandeja, la víbora e lo smash comportano ripetute elevazioni del braccio, spesso con il corpo in torsione e con una mobilità del torace che non sempre è adeguata. Io stesso ho giocato a tennis, con una classifica 3.4, e gioco a padel a buon livello: so bene quanto un gesto sopra la testa possa sembrare naturale e allo stesso tempo mettere sotto pressione la spalla quando qualcosa nella catena non funziona.
È importante però non demonizzare questi sport. Il tennis e il padel non causano calcificazioni per il solo fatto di essere praticati e per la maggior parte dei giocatori sono un’attività protettiva per la salute generale. Il problema nasce quando un gesto ripetuto trova un sistema rigido, un tendine già sofferente o un volume di carico cresciuto troppo in fretta, per esempio dopo una pausa o con un’improvvisa intensificazione degli allenamenti.
Alcuni segnali meritano attenzione nei giocatori: un dolore che compare sempre nello stesso punto del servizio o dello smash, una perdita di velocità o precisione nel gesto, un fastidio che peggiora a fine partita o durante la notte, la difficoltà a tenere il braccio in alto. Sono indizi che il tendine non sta reggendo bene il carico e che vale la pena farsi guardare la spalla prima che il quadro si complichi.
Come si arriva a una diagnosi
Una calcificazione si vede con gli esami di imaging. La radiografia, eseguita con proiezioni adeguate, mostra bene i depositi radiopachi e ne permette una prima classificazione per forma e densità. L’ecografia è molto utile perché consente di osservare il tendine in tempo reale, di vedere dove si trova il deposito e se il tendine intorno è infiammato. In alcuni casi il medico può prescrivere una risonanza magnetica, soprattutto se si sospettano altre lesioni.
Il punto che mi sta più a cuore sottolineare è un altro. L’esame ci dice che c’è una calcificazione, ma non ci dice da solo se è quella la causa del dolore. Abbiamo visto che esistono calcificazioni silenti. Per questo il referto va interpretato insieme a quello che la persona racconta e a quello che si osserva nel movimento della spalla, del collo e del torace. Una spalla dolorosa può avere più componenti: la calcificazione, un’infiammazione della borsa, una rigidità della capsula, tensioni muscolari, una limitazione nella mobilità cervicale e toracica. Trattare la sola calcificazione ignorando il resto è un errore frequente.
Nel mio modo di lavorare, la valutazione e il trattamento non sono due momenti separati: si procede con test e retest, cioè si verifica una risposta del corpo, si interviene, si ripete il test e si vede se qualcosa è cambiato. In questo modo ogni intervento ha una logica che si controlla in tempo reale e il lavoro si adatta alla persona che ho davanti, non a uno schema uguale per tutti.
Fisioterapia e calcificazioni: cosa si può fare
Il trattamento delle calcificazioni della spalla è, nella grande maggioranza dei casi, conservativo. Le linee guida e la pratica clinica indicano di partire da qui, riservando le soluzioni più invasive ai casi che non rispondono.
Gli obiettivi di un percorso fisioterapico ben costruito sono quattro. Il primo è gestire il dolore, soprattutto nelle fasi acute, riducendo l’irritazione del tendine e permettendo di riposare meglio. Il secondo è mantenere o recuperare la mobilità della spalla, evitando che il dolore porti a una rigidità secondaria, che è una complicanza possibile. Il terzo è migliorare il modo in cui la spalla lavora insieme a scapola, torace e collo, così che il tendine non debba sopportare da solo carichi che dovrebbero essere distribuiti. Il quarto è riportare progressivamente la persona alle sue attività, sia che si tratti di tornare a sollevare una busta della spesa senza timore, sia di rientrare in campo.
Per raggiungere questi obiettivi uso strumenti diversi, scegliendoli in base al quadro. Possono entrare in gioco la terapia manuale e osteopatica, la terapia sui tessuti fasciali, la tecarterapia, le onde d’urto e l’esercizio terapeutico. Non esiste una sequenza uguale per tutti e non do un numero di sedute prestabilito, perché ogni spalla ha una storia diversa e risponde in modo diverso. Dichiarare a priori quante sedute servono, senza aver visto la persona, non sarebbe un comportamento serio.
L’esercizio terapeutico merita una parola in più, perché molti lo associano solo al “rinforzo”. Nelle calcificazioni l’esercizio ha il compito di restituire fiducia al movimento, di riabituare la cuffia a lavorare in modo coordinato e di preparare la spalla a sopportare i carichi della vita quotidiana e dello sport. Va dosato con attenzione: troppo, nella fase acuta, peggiora l’irritazione; troppo poco, nella fase cronica, lascia la spalla fragile e poco performante.
Onde d’urto e calcificazioni: cosa dicono le evidenze
Le onde d’urto sono tra le terapie più utilizzate per le calcificazioni della spalla. Si tratta di impulsi acustici ad alta energia che vengono trasmessi ai tessuti attraverso un manipolo. Si ritiene che agiscano su più livelli: stimolano risposte biologiche nel tendine, modulano la percezione del dolore e possono favorire il processo di riassorbimento del deposito.
La letteratura scientifica dice che per le calcificazioni della cuffia dei rotatori trattate con le onde d’urto ci sono benefici sul dolore e sulla funzione e, in alcuni casi, una riduzione o la scomparsa del deposito. Non tutte le persone rispondono allo stesso modo, e i risultati dipendono dalla fase della calcificazione, dalle sue caratteristiche e da come il trattamento viene inserito nel quadro complessivo.
Per questo non presento le onde d’urto come una soluzione magica e risolutiva e diffido da chi le propone come tale. Le considero uno strumento potente, da usare con criterio, nel momento giusto e all’interno di un percorso che non si limita a “sparare sulla calcificazione”. Il trattamento può dare un fastidio durante la seduta, ma di solito è ben tollerato. Come ogni terapia ha delle controindicazioni, che vanno escluse prima di cominciare, ed è per questo che ogni caso va ragionato singolarmente.
Un ultimo aspetto: la dose, cioè energia, numero di impulsi e frequenza, non è un parametro uguale per tutti. Si regola in base alla fase, alla sede, alla sensibilità della persona e alla risposta delle sedute precedenti. È un altro motivo per cui rifuggo dai protocolli standardizzati.

Il ruolo dell’osteopatia nelle calcificazioni della spalla
L’approccio osteopatico guarda alla persona come a un sistema in cui le parti si influenzano. Se il collo ha poca mobilità, la spalla compensa. Se il torace è rigido, specialmente nella zona delle coste e delle vertebre dorsali, la scapola non scorre bene e la spalla lavora in condizioni peggiori. Se c’è una tensione nei tessuti che collegano il collo alla spalla e al braccio, il movimento ne risente. In questi casi la calcificazione può essere solo la parte visibile di una situazione più ampia, e intervenire sulle cause di sovraccarico significa dare al tendine le condizioni migliori per guarire e per non ricadere nello stesso problema.
In pratica, durante il trattamento osteopatico cerco restrizioni di mobilità, tensioni e compensi, intervengo su di essi e rivaluto subito se la spalla risponde meglio: un movimento che prima era limitato, un dolore che cambia, un’ampiezza che aumenta. È il principio del test e retest, che guida tutto il mio lavoro. Se qualcosa migliora, so che ho colpito un fattore rilevante. Se non cambia nulla, cambio strada.
L’osteopatia da sola raramente basta nelle calcificazioni dolorose. Va integrata con le altre risorse: gestione del dolore, terapia fasciale, onde d’urto quando indicate, tecarterapia ed esercizio. L’efficacia sta nella combinazione ragionata, non in un singolo strumento.
Altre opzioni mediche e quando serve il medico
Per completezza, è giusto sapere che esistono anche approcci medici. Nelle fasi acute molto dolorose, il medico può valutare farmaci antinfiammatori o antidolorifici, oppure un’infiltrazione. Esiste inoltre una procedura ecoguidata, chiamata lavaggio o barbotage, in cui il medico aspira o frammenta il deposito sotto controllo ecografico. Nei casi che non rispondono a mesi di trattamento conservativo e che continuano a limitare la vita quotidiana, si può valutare una soluzione chirurgica, in genere artroscopica, per rimuovere il deposito.
Questi interventi non sono in competizione con la fisioterapia: sono opzioni diverse che si scelgono in base al quadro. La buona pratica prevede una collaborazione tra fisioterapista, medico e, quando serve, specialista ortopedico.
Ci sono situazioni in cui va cercato un consulto medico senza aspettare. Se il dolore alla spalla compare dopo un trauma importante, se c’è febbre o la spalla è molto gonfia, calda e arrossata, se c’è una perdita improvvisa di forza o un formicolio al braccio e alla mano che non passa, se il dolore è accompagnato da sintomi al petto, al respiro o da malessere generale, serve un controllo medico. Il dolore alla spalla può in rari casi avere origine da organi interni, ed è un motivo in più per non liquidare ogni dolore come “solo una tendinite”.
Cosa fare nel frattempo, e cosa evitare
In attesa di una valutazione o durante un periodo doloroso, alcune accortezze possono aiutare. Evitare di restare completamente immobili è la prima: il riposo assoluto del braccio tende a peggiorare la rigidità. Meglio ridurre i movimenti che scatenano il dolore, in particolare i gesti sopra la testa e i carichi pesanti, mantenendo però una mobilità dolce nei limiti tollerati. Per la notte può essere utile provare a dormire supini o sul lato sano, con un cuscino che sostenga il braccio dolente e lo tenga leggermente staccato dal torace.
Evitare il “fai da te” aggressivo è altrettanto importante. Stirare con forza la spalla dolorante, forzare l’escursione per “sbloccarla”, usare attrezzi o esercizi trovati online senza capire quale fase si sta attraversando può irritare ulteriormente il tendine. Allo stesso modo, non conviene interrompere ogni movimento per mesi per paura: la spalla ha bisogno di essere accompagnata, non né forzata né abbandonata.
Un ultimo consiglio pratico riguarda le abitudini quotidiane. Se si lavora al computer, alzarsi spesso, muovere il collo e il torace, regolare l’altezza dello schermo e della sedia e fare brevi pause attive aiuta più di quanto sembri. Non è la postura “perfetta” a proteggere la spalla, ma la varietà del movimento durante la giornata.
Tornare allo sport dopo una calcificazione
Per chi pratica tennis, padel, nuoto o altri sport, la domanda più comune è: quando posso tornare a giocare? Non c’è una data uguale per tutti, e proprio per questo ritengo scorretto promettere tempi senza aver visto la spalla in azione.
Il ritorno allo sport non dipende solo dalla scomparsa del dolore. Conta che la spalla abbia riacquistato mobilità, che la cuffia sappia lavorare in modo coordinato, che il torace e il collo si muovano bene e che la persona si senta sicura nel gesto. Si riparte per gradi: prima movimenti di base senza carico, poi gesti tecnici ridotti, poi l’intensità e il volume. Per un giocatore di racchetta, questo significa reintrodurre prima i colpi a livello del corpo, poi quelli sopra la testa come servizio e smash, con un’attenzione particolare a non saltare le tappe.
Un buon ritorno al gioco è anche l’occasione per capire cosa ha portato la spalla a soffrire. A volte basta cambiare l’organizzazione degli allenamenti, aumentare la mobilità del torace, migliorare la preparazione generale. Non per diventare fragili, ma per costruire una spalla più resistente di prima.
Calcificazioni della spalla a Cuneo e Mondovì: come lavoro
Se vivi tra Cuneo e Mondovì e hai una spalla dolorante con una calcificazione nel referto o semplicemente un dolore che non riesci a spiegarti, nel mio studio di Margarita, lo Studio Fisioterapico Bertaina, seguo personalmente ogni persona. Lavoro con osteopatia, terapia fasciale, tecarterapia, onde d’urto ed esercizio terapeutico, scegliendo e dosando gli strumenti in base a quello che il tuo corpo mi dice durante il trattamento e non seguendo protocolli identici per tutti.
Che tu sia uno sportivo che non vuole rinunciare al tennis o al padel, o una persona che passa le giornate alla scrivania e ha iniziato a faticare anche nei gesti più semplici, il punto di partenza è lo stesso: capire come si muove la tua spalla e cosa le sta costando fatica. Dalle calcificazioni si può uscire e quasi sempre senza ricorrere a soluzioni drastiche. Il primo passo è non lasciare che il dolore si trascini per mesi, un intervento tempestivo e ragionato può fare la differenza.



